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Helga Schneider

Incontro con la scrittrice Helga Schneider

Copparo. "Fin da adolescente ho avuto una sola certezza: quella di voler diventare una scrittrice. Quel sogno si è concretizzato dopo decenni, nel 1995, quando Adelphi ha pubblicato il mio libro autobiografico "Il rogo di Berlino". Da allora i miei lettori hanno deciso che prima che una scrittrice io dovessi essere una testimone, e ho accettato quell’impegno. In occasione di convegni, conferenze e simposi, ma anche incontrando moltissimi studenti nelle scuole, ho testimoniato del nazismo raccontandolo dal basso, dall’angolazione della bambina che ero: dall’abbandono della madre avvenuto nel 1941 nella capitale del Terzo Reich, fino agli orrori, le privazioni e le sofferenze quotidiane causate dalla guerra di Hitler, contribuendo così a una comprensione più umana di un regime che ha trascinato il mondo in una guerra devastante, e che si è reso colpevole del genocidio di inabili fisici e mentali, zingari, omosessuali, dissidenti, prigionieri, e di oltre 6 milioni di ebrei europei.

Primo Levi ha detto: "La testimonianza storica è un dovere." Anch’io ne sono convinta".

Sono le parole di Helga Schneider, la scrittrice che domani alle 17 incontrerà il pubblico al teatro de Micheli per presentare il suo libro "Stelle di cannella" (ed. Salani, 2002).

David e Fritz sono due amici per la pelle, orgogliosi, tra l’altro, dell’amicizia che lega i loro due gatti. Abitano in un quartiere di Berlino dove tutti cercano di andare d’accordo e di aiutarsi. Ma l’atmosfera cambia quando il partito nazista vince le elezioni: la propaganda antiebraica di Hitler crea inimicizie e sospetti. E David è ebreo… Fritz ripudia l’amico, lo minaccia, insulta i suoi genitori, anche se la madre Jutta, in realtà, è ariana. Lene, figlia del primo marito di Jutta – e quindi non ebrea – difende il patrigno e il fratellastro David, per il quale nutre sincero affetto, ma suo marito, un giovane ricco che svolge una vita brillante, a contatto con gente potente, le proibisce di compromettersi.

La spirale di pregiudizi e persecuzioni raggiunge l’apice quando Fritz uccide il gatto dell’ex amico, "colpevole", a suo dire, di aver "sedotto" la gattina "ariana". Uno spettacolo di teatro per non dimenticare.

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