Se questa è una bambina. Questo pensi leggendo “Il rogo di Berlino”, racconto autobiografico di Helga Schneider sugli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale vissuti al centro del rogo, tra i palazzi di una Berlino assediata e bombardata dai russi.

Il ricordo del libro di Levi, ma anche del diario di Anna Frank, è potente. Tanto più se si tiene presente che la sofferenza della piccola Helga e dei suoi compagni di sventura, con i quale condivide l’angusta cantina, sono in qualche modo speculari rispetto a quelli – causati dai tedeschi – dei campi di concentramento. Ma la loro assoluta identità di dolore li accomuna su un unico piano universale, quello degli esseri umani travolti dalla storia.

Helga vive una situazione familiare frustrante. Abbandonata dalla madre è preda di una matrigna che non la accetta e di un fratello che non ne ricambia l’affetto, lontana dal padre che combatte al fronte una guerra in dirittura di disfatta. Con l’inizio del 1945 si infittiscono i bombardamenti su Berlino e il mondo di Helga si riduce allo spazio buio e affollato della sua cantina, i cui abitanti vivono una quotidianità di fame, rabbia e progressivo disincanto dal nazismo.

Nell’aprile del 1945 Berlino è quasi completamente distrutta – ma non il palazzo di Helga, miracolosamente in piedi – e le truppe russe la attraversano portando con sè la temuta piaga degli stupri a donne e bambine. La guerra finirà e Helga tornerà piano alla normalità, provando a non dimenticare le cose viste nella cantina sulla cui soglia si ferma, un attimo, prima di tornare in superficie.

Oggi Helga Schneider vive in Italia. Nel 1977 ha voluto incontrare di nuovo la madre, che l’aveva abbandonata per seguire l’ideale nazista. Ha trovato una donna che non ha rinnegato la follia che ha vissuto (è stata guardiana a Birkenau e perciò condannata a sei anni d carcere). E l’ha persa per la seconda volta.

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