Vanity Fair
10.09.2009
IL SESSO DELLE LARVE
Helga Schneider, del nazismo che le distrusse l’infanzia, ha già raccontato l’orrore. Ma in questo libro infrange un tabù: le prostitute dei lager. Con qualche domanda. Per esempio: “Perché un uomo cerca una donna, e magari le muore addosso?”
di Isabella Mazzitelli – foto Alberto Giuliani
Helga Schneider è una bella donna di 71 anni, un po’ angosciata da una vecchiaia che si vede poco, perché depistata da una grande cura di sé e da una grande vitalità. La sua casa bolognese è minuscola, un essenziale contenitore di quello che le sta a cuore, le sue opere di grafica sature di colori, i suoi libri saturi della passione che la anima, per la scrittura, per la verità, per la giustizia.
Le guardo le mani e non riesco a non pensare che hanno stretto quelle di Adolf Hitler. Stretto per modo di dire: come ha raccontato in uno dei suoi libri, il Führer aveva dita mollicce. Lei lo incontrò quando aveva solo 7 anni. Era stata costretta a scendere nel bunker di Berlino, ultimo rifugio di Hitler, per un’iniziativa di propaganda del ministro Goebbels.
Stringendo quelle mani si sfiora la storia, questo è il punto, ed è tanto più emozionante se si considera che al tempo era una semplice bambina e ora è una persona come tante, non una storica di professione. Categoria gente comune, dunque, ma di eccezionale talento morale.
Lei di questo vive, la necessità di testimoniare: ogni aspetto del nazismo deve essere indagato, portato alla luce affinché la verità non marcisca in compagnia della menzogna. Ne va della sua vita, questo è chiaro, perché Helga Schneider è stata travolta dal nazismo, ma non si è mai arresa. Nata in Slesia nel 1937, padre austriaco, artista, rapidamente inghiottito dalla guerra e risputato a cose fatte, a quattro anni fu abbandonata insieme al fratello, di uno e mezzo, dalla madre, invasata del nazismo al punto di fare l’ausiliaria delle SS e la guardiana nei campi di concentramento. I figli? Peggio per loro, anzi peggio per Helga, invisa a una nuova matrigna al punto di essere internata in un istituto di correzione per bambini difficili e poi in un collegio per ragazzi indesiderati.
Avrebbe potuto essere una vita catastrofica, non lo è stata: è stata “solo” eccezionalmente difficile. La scrittura è stata la salvezza, anche quando i manoscritti venivano respinti. Dal 1995, anno di pubblicazione con Adelphi del Rogo di Berlino – il suo esordio, un caso letterario – Schneider è una scrittrice di successo, che ha pubblicato undici libri spaziando dalla vita vissuta ai titoli per bambini. L’ultimo è un asciutto romanzo, La baracca dei tristi piaceri.
Perché questa volta ha scelto come tema i bordelli nei campi di sterminio?
“Perché se ne sa poco, è ancora un tabù e voglio che cada. Dal dopoguerra i tedeschi hanno fatto veramente un lavoro profondo, onesto e impressionante su loro stessi, sull’identità nazionale, sulle colpe del nazismo, ma questo aspetto vergognoso è stato tralasciato, se ne sa pochissimo. L’anno prossimo uscirà il primo libro di uno storico, potrei vantarmi di aver affrontato l’argomento prima. Il punto è che se da un lato il nazismo considerava la prostituzione un grave reato per motivi di igiene razziale, dall’altro, probabilmente per aumentare la produzione bellica con l’incentivo - diciamo così – erotico, Himmler fece costruire 10 bordelli, chiamati ipocritamente Sonderbau, “Edifici speciali”, nei grandi campi di concentramento. Qui prigioniere reclutate soprattutto dal lager femminile di Ravensbrück furono costrette a prostituirsi.”
E’ un libro molto duro.
“Tutti i miei libri sono legati dal filo rosso della violenza. D’altra parte sono stata testimone del nazismo, che era violenza pura. Sono stata una bambina circondata dalla violenza: la fame nera lo è, così pure la paura nelle cantine, l’abbandono, il rifiuto della tua famiglia… E naturalmente è violenza vedere a 7 anni, come è successo a me, i soldati dell’Armata Rossa che stuprano le ragazzine di 16. Insomma, “dovevo” scrivere anche questo libro, perché la violenza contro le donne, contro queste povere donne, merita giustizia da parte della storia. Ma non è stato semplice documentarsi, è un tema sul quale a tutti faceva comodo tacere. Anche trovare donne sopravvissute a quell’ignominia, e non travolte, non è facile.”
Chi andava con quelle prostitute? Sembra impossibile immaginare prigionieri macilenti che fanno sesso.
“Era un perverso sistema di premiazione che dava i suoi frutti. Me lo sono chiesto anch’io: forse il genere maschile è davvero molto condizionato dall’istinto sessuale. Come mai in un lager, appena hai un bonus, o due marchi, vai a cercare una donna, e magari le muori letteralmente addosso dopo il piacere? Come mai questo istinto primordiale regge oltre la disperazione e la fame? E’ una domanda aperta. Ci andavano con vergogna? Reagivano al sopruso della prigionia? Quindici minuti con una donna in un ambiente riscaldato sono meglio di qualsiasi cosa? Che cosa pensavano quegli uomini? “Sono ancora un essere umano, anche se sono ridotto a una larva, potrei ancora procreare”, forse.”
Chi erano le ragazze che facevano le marchette nei lager?
“Beh, puntualizziamo; a loro non entrava in tasca un marco, venivano “solo” registrate minuziosamente le prestazioni delle prostitute per forza. Che erano scelte, soprattutto a Ravensbrück, tra le internate più “presentabili”. In genere facevano parte della categoria delle “asociali”, che voleva dire tutto e niente. Per essere bollata come tale e spedita in un lager bastava pochissimo. Le ingannavano facendo intravedere una possibilità di vita migliore. Dicevano che avrebbero avuto acqua calda, lenzuola, cibo, e che sarebbero state libere dopo 6 mesi. Sospendiamo il giudizio, è comprensibile che in quelle condizioni una donna accetti pensando: “Non può essere peggio di così””.
Le promesse venivano mantenute?
“Erano tutti inganni, naturalmente: nessuna veniva mandata a casa dopo sei mesi, la maggior parte per reggere allo schifo diventava alcolista, molte prendevano la sifilide… Quando le donne erano distrutte nel corpo e nello spirito, le rispedivano a Ravensbrück per le sperimentazioni. Diventavano cavie, morivano. E’ comprensibile che chi è sopravvissuta, nel dopoguerra non volesse far sapere, parlare, ricordare. Erano donne disprezzate, feccia, agli occhi delle anime belle, indegne di essere capite e assolte. Tra l’altro, non erano state riconosciute nemmeno come vittime del nazismo, perché formalmente erano andate volontarie. Io ho trovato testimonianze, ho ricostruito storie, mi sono documentata fra molte difficoltà. Tuttora nei dieci campi dove esistevano i Sonderbau non c’è un cartello a ricordarlo, è una vergogna storica per cui i tedeschi non si sentono pronti. Ma non è l’unica, non è finita, non creda: ho ancora una lunga lista di bubboni del nazismo.”
La sua passione per la verità è quella di un’irriducibile.
“I miei mi hanno regalato un’infanzia tremenda, ma alla fine sono riuscita a trasformare tutto in letteratura, e per di più in una lingua – l’italiano – che non è la mia. Vivo qui dal ‘63, ce l’ho fatta. Se non avessi avuto quel carattere ostinato, ribelle e caparbio che in casa mi accusavano di avere, niente sarebbe stato possibile. Lo dico sempre ai ragazzi quando vado nelle scuole: “Tutto serve, io non considero la mia vita tragica, e guardo sempre al futuro, voi tirate fuori le energie.” A un certo punto mi sono ritrovata vedova del mio marito italiano, senza un soldo, in cassa integrazione e con un figlio da mantenere: andavo nelle lavanderie a stirare le camicie – sono sempre stata brava a stirare – e la sera tornavo a casa e scrivevo Il rogo di Berlino.”
Quando ha smesso di stirare camicie?
“Quasi subito: ebbi un bell’anticipo dalla casa editrice e poi vinsi 10 milioni con un premio letterario, a Rapallo. Quando mi diedero l’assegno tornai in albergo, piansi, me lo misi nel reggiseno per paura che me lo rubassero, e dormii così. La mia vita era cambiata.”