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la baracca
 
IL ROMANZO
DEPRAVAZIONE E ANNIENTAMENTO: I BORDELLI ISTITUITI NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO
 
Le lucciole nel fango dei lager nazisti 
«La baracca dei tristi piaceri» di Helga Schneider 
di DIEGO ZANDEL
 
Ogni tanto si scopre qualcosa di nuovo, perché taciuto, sulla Germania nazista. Si scopre, ad esempio, che Himmler, col fine di impedire il diffondersi dei rapporti omosessuali nei campi di concentramento, aveva fatto realizzare una decina di bordelli al loro interno. E, questo, a dispetto del fatto che la prostituzione, per motivi di igiene razziale, fosse ritenuta un grave reato. Le solite contraddizioni di un regime folle che, da una parte, fa le leggi e, dall’altra, seppur del tutto segretamente, le deroga in ragione di altri interessi, che, in questo caso, rispondono comunque alla stessa pazzia.
 
Chi erano le prostitute? Mica delle professioniste, bensì, ad esempio, tedesche di pura razza ariana che si erano macchiate della gravissima colpa, per quei deliranti, di amare un ebreo. È quanto è capitato a Herta Kiesel, personaggio straordinario dell’ultimo romanzo della scrittrice italo-tedesca Helga Schneider “La baracca dei tristi piaceri”. A tirare fuori questa testimonianza è un «alter ego» dell’autrice stessa, la scrittrice Sveva, che al termine della presentazione del suo ultimo romanzo a Berlino, nella primavera del 2001, viene avvicinata da una anziana signora, sua ammiratrice, che le chiede un appuntamento privato. Al momento Sveva pensa a una seccatura, ma poi, convinta anche da un amico italiano che vive a Berlino, del quale era stata a suo tempo spasimante, seppur mal volentieri, ci va. Ma ecco che, dopo le prime parole della signora, le prime luci su un mondo brutale e sempre nascosto accese da una sua protagonista, Sveva capisce l’ecce – zionalità di quell’incontro. Tanto più in un momento in cui era in crisi di ispirazione.
 
Frau Kiesel comincia a raccontare la sua tragica storia, quella, appunto, di quando, ancora ragazza, aveva preso ad amare un ebreo. Il primo linciaggio morale lo subisce in casa. I genitori sono ostili a questa contaminazione e la sorella, nazista convinta, la ripudia. Seguirà, naturalmente, l’arresto del fidanzato. Nel frattempo Herta cerca aiuto in un suo cugino omosessuale, come tale vittima di amori clandestini, in luoghi sordidi, dove, quando la fame si farà dura, si offrirà ad anziani signori, appositamente provenienti da altre città per godere di quei proibiti amori mercenari. Più tardi anche il cugino farà la brutta fine che il regime predisponeva per gli omosessuali. Herta, sempre più isolata, verrà a sua volta arrestata dalla Gestapo e sarà l’inizio di un calvario attraverso il quale i nazisti le faranno di quanto più abietto per calpestare la sua dignità di essere umano e, in particolare, di donna.
 
La prima tappa fu il campo di concentramento di Ravensbruck, dove le condizioni di non vita, tra sovraffollamento, malattie, punizioni, esperimenti medici vari dei quali i prigionieri erano le cavie e quant’altro, erano tali da far desiderare soltanto una cosa: la morte. È qui che, a un certo momento, alle ragazze più carine viene offerta l’opportunità di veder ridurre la condanna ad ancora soli sei mesi se accetteranno di vendere il loro corpo ai maschi rinchiusi nel campo. Herta, al solo pensiero di uscire da quell’inferno prima del tempo, accetta. Viene così mandata a Buchenwald, dove, con altre donne nella sua condizione, verrà sistemata in alcune baracche, ciascuna con la sua camera da letto, mentre da uno spioncino le kapò controllano che i rapporti tra le coppie si limitino all’atto sessuale e nel tempo prestabilito di venti minuti per ciascuno di essi.
 
Comincerà, da qui, il racconto di un’altra discesa nell’inferno: quella di Herta, che per vincere il disgusto si darà all’alcol, quella delle guardie, spesso dissolute e ricattatrici, e quella dei prigionieri, devastati nel fisico e nella psiche, sofferenti per le condizioni in cui erano tenuti, alcuni addirittura sulle soglie della morte (e uno di essi morirà nel letto di Herta nel corso di un rapporto), ma disposti a pagare i due marchi che dovevano per godere del corpo di una donna, in un contesto particolare in cui la natura umana offre il peggio di sé.
 
Lasciamo al lettore l’occasione di entrare nel merito, con questo romanzo costruito con grande sapienza narrativa, in cui l’oggi, nella vita personale della scrittrice Sveva, non priva anch’essa di sorprese, si mescola in più incontri, ben dosati nell’economia della storia, con i ricordi della sua testimone. Lo fa, a fronte di un materiale così duro e, insieme, fragile, con una leggerezza di tocco tutta femminile, ma che potrebbe non bastare senza le doti di grande scrittrice che Helga Schneider ha dato, ancora una volta, mostra di possedere.
 
«La baracca dei tristi piaceri» di Helga Schneider (Salani ed., pp. 205, euro 14,00).

di GIULIA BORGESE 

Questo è un romanzo terribile. Ci racconta infatti una storia vera e assolutamente disumana, una storia accaduta soltanto una sessantina di anni fa, in Europa, di cui poco finora si è parlato. Forse anche perché le protagoniste sono state particolarmente restie a parlarne. A svelarcela è una persona che l’ha vissuta da ragazza e non è mai più riuscita a dimenticarsela neppure adesso che è vecchia e non ricorda bene cosa le è successo ieri, o un’ora fa. Pagina dopo pagina, senza tralasciare un solo particolare, Frau Kiesel nella sua casa di Berlino passa in rassegna per la scrittrice Sveva tutto quello che accadeva nel bordello di Buchenwald, voluto da Himmler nel 1942. Dietro Sveva si nasconde Helga Schneider, l’autrice del Rogo di Berlino (Adelphi), la sua autobiografia di bambina tedesca abbandonata con il fratellino dalla madre che aveva voluto diventare guardiana del campo femminile di Ravensbrück, e che la zia — segretaria di Goebbels — aveva pensato bene di portare in visita nel bunker di Hitler.

«Stava lì, l’aguzzina delle SS, capelli biondi e ben curati, il rossetto sulla bocca dura, l’uniforme impeccabile… Stava lì e pronunciò con sordida cattiveria: ‘Ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. D’ora in poi farai la puttana per cani e porci’», ricorda Frau Kiesel , tra una tazza di caffè e una fetta di torta di mele. È solo l’inizio di questa nuova opera della Schneider sugli orrori del nazismo: La baracca dei tristi piaceri ( Salani, pp. 205, € 14). La baracca era frequentata sia dai detenuti sia dalle SS. I detenuti che si mettevano in fila per fare 15 minuti di miserabile sesso «ci disprezzavano profondamente, eppure sapevano bene che, tranne tre o quattro, noi non eravamo prostitute. Mi crede se le dico che difficilmente ho notato in qualcuno di loro un briciolo di solidarietà? ». Erano «ombre prostrate dai lavori forzati… ma ecco che non resistevano al bisogno di sfogarsi con una donna!». E così accadeva che qualcuno morisse subito dopo «il servizio».

Tra le SS alcuni toccavano le donne indossando guanti di pelle nera, altri — e Frau Kiesel solleva la sottana per provare la veridicità di quel che dice — segnavano col sigaro acceso la loro preda, altri ancora, impotenti, si fermavano a raccontare piangendo le tragiche vicende della loro infanzia e adolescenza. Ma il peggio era — e questo la vecchia signora sembra proprio che non riesca a tradurlo in parole — quando il medico criminale, il danese Carl Vaernet che sosteneva di poter guarire gli omosessuali, mandava alle prostitute i giovani che aveva operato «con successo», per vedere — spiando da una apposita finestrella — se i suoi pazienti erano davvero in grado di testimoniare la riuscita della sua «cura».

La prostituzione coatta, una micidiale forma di violenza, faceva dunque parte delle strategie politiche del governo di Hitler: è necessario che lo si sappia perché non accada mai più. Eppure, è il commento amarissimo di Helga Schneider, «la violenza sulle donne è antica come il mondo, ma nel 2009 avremmo voluto sperare che una società avanzata, civile e democratica non nutrisse le cronache di abusi, omicidi e stupri».

http://www.gaynews.it/view.php?ID=83764

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