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Il mio nuovo libro

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Prigionieri del lager Ebensee

prigionieri kz ebensee

Helga Schneider – il coraggio della testimonianza

di Valeria Consoli
 
Vive un’infanzia segnata dalla guerra e aggravata dalle intemperanze ideologiche di una madre che non esita ad abbandonare il marito e i figli per darsi anima e corpo alla militanza all’interno delle SS e, nonostante il tragico fallimento del nazismo, fino alla fine, continua a credere ai deliranti ideali della della superiorità della razza. Helga Schneider oggi abita in Italia, dove ha scritto i libri che l’hanno resa celebre: tra gli altri, Il rogo di Berlino e Lasciami andare, madre (Adelphi). Da quest’ultimo è stato tratto il lavoro teatrale dal titolo omonimo, realizzato da Lina Wertmueller.
 
Motivo dominante della sua scrittura è l’avvento del nazismo in Germania, vissuto non tanto nelle sue dinamiche storico politiche, quanto nelle implicazioni che ciò avrebbe costituito sul piano umano, vale a dire non soltanto nello scontro fra la popolazione tedesca comunemente definita ariana e quella di ‘razza’ ebraica, ma anche e soprattutto all’interno degli svariati gruppi sociali quando non all’interno di interi nuclei familiari.
Questo contributo fa parte di un’articolata analisi che, insieme a Fausta Cialente, Hella Haase,  Gertrud Kolmar, Karin Boye e Alki Zei, Valeria Consoli allarga ad abbracciare alcune figure femminili significative della letteratura europea del Novecento.
«Credo che il racconto, la parola, la testimonianza possano favorire un maggiore approfondimento delle realtà, possano eliminare i luoghi comuni stabiliti dalla ricerca storica della quale a volte mancano le autentiche fonti, possono umanizzare la storia, quella con la S maiuscola…» (Schneider)

Helga Schneider nasce nel 1937 in Slesia, nell’attuale Polonia, ma ha vissuto a Berlino nell’epoca della disfatta hitleriana. Trasferitasi in Austria con la famiglia già nell’immediato dopoguerra, a partire dal 1963 risiede in Italia e precisamente a Bologna.

Vive da piccola l’esperienza, per lei sconvolgente, di essere condotta insieme ad altri bambini, fra i quali anche il fratellino Peter, nel bunker di Adolf Hitler di cui fa la conoscenza.

Accostandoci alla vita e all’opera di Helga Schneider, non si possono certo ignorare tutti quei fermenti culturali, che all’indomani del crollo della Germania nazista e della conseguente divisione del Paese in due parti (3) – la Repubblica Federale ad ovest e quella Democratica ad est – convergono nella formazione intellettuale di scrittori come Gunther Grass ed Heinrich Böll, ma soprattutto, per restare in tema di scrittura al femminile, hanno caratterizzato le tematiche e gli atteggiamenti di Christa Wolf, (4) Ingeborg Bachmann(5), Anna Seghers (6), per tacere dello sperimentalismo, sia sul piano linguistico che espressivo di Elfriede Jelinek (7), sotteso a indubbie ascendenze freudiane e che denotano in questo cotè di autrici l’appartenenza ad un più ampio contesto esistenziale e culturale e che trascende la valenza meramente “geografica” del termine tedesco(8): senonché, in Helga Schneider, a colpirci è proprio – paradossalmente – l’assenza, o quasi, di questa Weltanschaung propria delle sue connazionali, già ad una prima lettura dei suoi romanzi (!) Non già dunque la ‘decostruzione di un femminismo arcaico’ alla maniera della Wolf (9) e nemmeno quello evidenziato dalla Bachmann e dalla Jelinek ed espresso il più delle volte, come si è già accennato, (10) in un’ottica punitiva e masochistica: in lei ciò, che più conta, al di là del rapporto con la pagina stessa, è (per l’appunto) il valore, che la ‘testimonianza’ racchiude in sé e per sé, senza quegli infingimenti e quegli artifici, che potrebbero in tal modo ‘inficiarla’ , sminuendola così – e tout court – della sua validità e quindi della sua fedeltà medesima.

Leggendo un suo libro, ci si sente pertanto indotti ad essere trascinati, o quasi, dentro un film, in cui siano solo le ‘immagini’ a parlare e a dialogare con il pubblico, in questo caso con il lettore (11).

Leit motiv dell’intera sua opera narrativa è l’avvento del nazismo in Germania, vissuto non tanto nelle sue dinamiche storico politiche, quanto nelle implicazioni che ciò avrebbe costituito sul piano umano, vale a dire non soltanto nello scontro fra la popolazione tedesca comunemente definita ariana e quella di ‘razza’ ebraica, ma anche e soprattutto all’interno degli svariati gruppi sociali quando non all’interno di interi nuclei familiari.

Così in “Stelle di cannella” (12) , un lungo racconto ambientato in una cittadina nei pressi di Berlino all’incombere della presa del potere da parte di Adolf Hitler, tutti – sembrerebbe quasi dire l’autrice – vanno d’accordo con tutti – non soltanto gli umani ma perfino gli animali – David, il figlio del giornalista ebreo Jakob Korsakov e Fritz, figlio del poliziotto Rauch, oltre ad essere compagni di scuola sono amici per la pelle, la sorellastra di David è la fidanzata del figlio del noto architetto Winterloh, e il gatto di Fritz ha un debole per Muschi, la bella gattina di David

In modo dapprima subdolo, poi sempre più immediato e virulento, senza infingimenti, il potere nazista finisce per sconvolgere il tranquillo andamento della vita, pubblica e privata, del benestante quartiere di Wilmersdorf, mentre il Natale si fa annunciare da copiose nevicate e dalla dedizione riservata dalle massaie alla preparazione di dolci tipici, come le succitate ‘stelle di cannella’, che danno il titolo alla narrazione (13).

«Si battono i bianchi,
si aggiungono
lo zucchero a velo,
quello vanigliato, le
mandorle e la cannella.

Sulla tavola cosparsa
di zucchero si stende
la pasta, vi si tagliano
delle stelle, si passano
su carta pergamena
unta, si cospargono
di glassa bianca, si cuociono
30 ñ 40 minuti in forno
molto caldo»

A differenza dello storico Ernst Nolte (14), autore di famosi testi sulle guerre mondiali, civili ed ideologiche del XX secolo, che nel suo I presupposti storici del Nazionalsocialismo(15), capovolgendo le analisi dei suoi predecessori, dirige il suo sguardo alle ‘radici’ di, quelle tematiche, politiche o ideologiche, che ritiene alimento e retroterra delle circostanze, per cui il nazismo sale al potere, la Schneider non si pone questi interrogativi: non se li può porre, infatti, in quanto allo scoppio della Guerra Mondiale è una bimba in tenera età, ha soltanto cinque anni (!) ed un fratellino – Peter – è ancora più piccolo.

Un dramma privato, pertanto, l’ascesa del nazionalsocialismo in Germania ha portato nella vita della piccola Helga: la madre, mossa da fanatismo politico e da ammirazione per il Fuehrer, non esita ad abbandonare il marito e i figli per darsi anima e corpo alla militanza all’interno delle SS, contravvenendo (paradossalmente!) in questo modo all’assunto nazista delle tre K – Kirche, Küche, Kinder (16) – che aveva la pretesa di circoscrivere e relegare il ruolo della donna nell’ambito prettamente familiare e domestico, ribadendone per di più l’obbligo di assoluta fedeltà al coniuge.

A colmare il vuoto lasciato dalla partenza della madre provvede, almeno per qualche tempo, la nonna paterna dei bambini,  giunta apposta a Berlino dalla Polonia, per la quale Helga prova un sincero affetto, peraltro ricambiato dall’anziana donna. Il padre nel frattempo, ottenuto il divorzio dalla moglie, ha sposato una giovane berlinese, Ursula, che fin dall’inizio mostra di non nutrire alcuna simpatìa per Helga, che all’epoca ha cinque anni, mentre tutto il suo affetto va al piccolo Peter, che non esita di lì a poco a chiamarla con l’affettuoso diminutivo di Mutti (19).

Così ne Il rogo di Berlino la scrittrice rievoca quei drammatici giorni, da lei vissuti come il periodo più difficile della sua vita: il rapporto fra lei e Ursula si fa sempre più insostenibile e la matrigna la fa rinchiudere prima in un istituto di correzione, insieme ai cosiddetti indesiderati dal regime – non solo gli ebrei, ma anche i disabili ed i malati di mente – quindi in un collegio, alle porte di Berlino, la cui direttrice, una donna colta e sensibile, la mette per la prima volta in guardia nei confronti dell’intolleranza contro gli Ebrei: intolleranza, che – a suo dire – rischia di far precipitare nell’abisso il nazismo.

«A Eden ho sentito dire cose orrende del Fuhrer; la direttrice non aveva peli sulla lingua.
Sosteneva che Hitler stava trascinando la Germania verso la catastrofe, che era un pazzo megalomane e un terribile razzista» (20)

I suoi discorsi sembrano riecheggiare le parole che – ne Il vento sulla sabbia di Fausta Cialente – la giovane Lisa, sembra pronunciare quasi a mo’ di vaticinio a proposito dell’ascesa del Fuehrer e dei destini della Germania, quasi di rincalzo ai discorsi farneticanti di Lottie, stravagante pittrice di origine tedesca, stanziatasi da tempo sulle rive del Nilo:

«Capisco! In Germania, da noi, voglio dire, è un’altra cosa!» Spalancò i grandi occhi cerulei e iniziò lentamente uno dei suoi lunghi discorsi nebbiosi, pieni di reticenze, di andate e ritorni, ma dal quale potevo districare via via che secondo lei ‘quell’uomo’ (non lo nominò mai) portava un messaggio al popolo tedesco, lei lo sapeva e lo sentiva, oh sì! Nel suo cuore e nel suo cervello; e anche il popolo lo sentiva.

«Una bella scalogna gli porterà» pensai indignata, ma tacevo senza batter ciglio: Volevo vedere fin dove si sarebbe spinta. (21)

La maschera del Fürer Adolf Hitler, nell’interpretazione donataci da uno splendido Buno Ganz nel film “La caduta”, di Oliver Hirschbiegel, 2005, tratto dal romanzo di Trevor Roper Gli ultimi giorni di Hitler, 1947:
La piccola Helga avrebbe visto ‘quell’uomo’ e sarebbe stata obbligata a trattarlo con deferenza: grazie a Hilde, la sorella nubile della matrigna, che lavora presso il Ministero della Guerra, lei e Peter hanno il permesso di abbandonare l’umidità della cantina, cui la guerra li ha costretti, per trascorrere due giorni  nel Bunker dove il Fuehrer e i suoi si sono asserragliati:

“Ma ecco, sentiamo dei rumori e da una porta sulla sinistra entra un gruppo di giovani SS che si dispone lungo la parete di fronte a noi. Li segue una donna in uniforme che regge un cesto.
Nella sala c’è un silenzio assoluto, mentre il mio stomaco si contrae in uno spasmo nervoso. E finalmente arriva lui, Adolf Hitler, il Fuehrer del Terzo Reich!
Avverto un certo ondeggiamento tra le file mentre il Fuehrer avanza lentamente. Tutti scattiamo sull’attenti, alziamo la mano e gridiamo «Heil Hitler»
Abbiamo urlato troppo forte e il viso del Fuehrer tradisce un guizzo di fastidio.
Mentre Hitler avanza verso di noi, io lo fisso senza fiatare. Quante cose ho sentito dire su di lui, dalle più entusiastiche alle più spregevoli. ” (22)

Ma qual era il volto di Berlino, al di fuori dal Bunker?

«Ricomincio a sbirciare fuori dal finestrino. Dopo la vista dei cadaveri non vorrei più guardare, ma quel funesto spettacolo mi attira come una calamita. [...] Ovunque giri lo sguardo, mi imbatto in tetri ruderi e cumuli di macerie senza fine. Poco dopo percorriamo un’intera strada in fiamme, mentre il cielo si è tinto di viola.[...] Il bus si sposta bruscamente sulla sinistra e striscia lungo le traversine del tram per evitare che ci cadano addosso le facciate roventi delle case. La vettura si riempie di fumo e di un odore di incendio, che secca la gola; fuori pioviggina cenere. [...] Dappertutto si vedono rottami, tram rovesciati e crivellati come colabrodo; un magro cavallo tira un carretto carico di cadaveri.» (23)

A quest’ultima immagine, che ci riporta quasi ad un’atmosfera manzoniano, allorché ne I promessi sposi l’autore descrive la Milano del ‘600 falcidiata dalla peste, fa da contrappunto nella mente della piccola protagonista il ricordo di quella, che fino a qualche tempo prima era stata la vivace capitale della Germania:

«In che mondo vivo? E che fine ha fatto quella città di cui Opa (24) ogni tanto si compiace di decantare le passate meraviglie? Era una città splendida, viva, con milioni di abitanti che lavoravano, producevano e si organizzavano la vita con quella perfezione di cui sono capaci i tedeschi. Una città ricca con strade sempre illuminate a giorno, vetrine fastose e gente elegante che passeggiava per il Kurfuersterdamm o Unter den Linden. Gente che affollava i ristoranti, i caffè, i cinematografi, i teatri e le sale da concerto. [...] Gente che amava, che si sposava, aveva dei figli e li cresceva con sani principi. Una città moderna, dotata di un’efficiente sotterranea e di un’altrettanto funzionale sopraelevata. Che cosa è successo per trasformare tutto in un immenso cimitero a cielo aperto?» (25)

Carte d’identità di Julius Israel. Visibile sulla sinistra del documento un grande “J”, per Juden. Gli uomini dovevano assumere come secondo nome “Israel” e le donne “Sarah”. Risulta così che questo documento sia intestato a Julius Israel Israel.
In merito alle ‘testimonianze’ degli orrori nazisti, si è fatto in genere riferimento ad Anna Frank e ad Etty Hillesum, per restare in ambito internazionale, in Italia a Primo Levi con il suo Se questo è un uomo e – più recentemente – a Daniela Padoan, autrice di Come una rana d’inverno (26) , che racchiude la testimonianza, tutta al femminile, di tre sopravvissute (27) ai campi di sterminio di Auschwitz -Birkenau; ancora in Germania, il ritrovamento delle lettere di Lilli Jahn da parte del nipote di lei, il giornalista Martin Doerry (28), fa si che quest’ultimo rievochi la vicenda di una donna ebrea, sposata a un medico ‘ariano’, che dal lager in cui è stata deportata non smetterà di scrivere ai suoi cinque figli fino al momento della morte: ci troviamo però di fronte ad un dato, che pur nella sua indubbia inconfutabilità, ha creato pur sempre un grosso interrogativo: qual è stato l’atteggiamento dei tedeschi ‘non ebrei’ verso le vittime dell’Olocausto? Consenziente o – tuttalpiù – di mera acquiescenza, quando non caratterizzato da una vera e propria omertà?

Certo non sono mancati i casi di vera e propria ‘Resistenza’ antinazista, come testimonia il sacrificio di Hans e Sophia Scholl e degli altri componenti il Circolo della Rosa Bianca: ma la gente comune, come reagiva alle provocazioni del regime?

Sempre ne “Il rogo di Berlino”, Helga Schneider scrive a questo proposito:

«La nostra infanzia è stata infestata da una feroce propaganda antiebraica e quotidianamente abbiamo assistito al manifestarsi dell’antisemitismo. Fin da piccoli abbiamo visto le saracinesche imbrattate con la parola Jude. La gente la pronuncia con prudenza, con diffidenza, con imbarazzo o con timore, come se si riferisse ad una malattia contagiosa; talvolta con un cieco disprezzo, frutto naturale di una propaganda secondo la quale l’avvelenatore di tutti i popoli è il ‘giudaismo internazionale’ .Tutti sappiamo che gli ebrei devono portare la stella giudaica appuntata sul petto, che Hitler ha fatto bruciare le sinagoghe, che agli ebrei è stato vietato di farsi crescere la barba.

Tutti sanno che la Gestapo cerca ovunque gli Ebrei per arrestarli e deportarli nei campi di concentramento e tutti sono stati ampiamente avvertiti che nascondere ebrei comporta la fucilazione, mentre denunciarli assicura dei vantaggi. La gente rinnega i parenti ebrei e tronca amicizie un tempo saldissime con persone anche solo lontanamente sospettate di essere di origine ebraica. Si sente parlare perfino di figli che rinnegano i genitori o, peggio, che li denunciano alle autorità e, al contrario, di gente che ha rischiato la vita per proteggere o nascondere gli ebrei. Perché mio fratello non apre gli occhi?» (29)

«Sentivo dire cose spaventose e mi domandavo cosa avessero fatto mai gli ebrei alla Germania perchè due madri potessero parlarne con un tale disprezzo. Fu lì che udii per la prima volta parlare di ‘sterminio degli ebrei’, mentre l’espressione ‘campo di concentramento di Auschwitz’ usciva dalla bocca delle due donne come una condanna a morte.» (30)

Quando, ormai adulta – siamo nel 1971 – e a sua volta madre di un bimbo, Helga (che ormai risiede in Italia) torna a Vienna col figlio, ansioso di conoscere la ‘nonna austriaca’, che non ha mai visto e, dopo pochi abbracci di circostanza, l’anziana donna apre un armadio, da cui estrae l’uniforme da SS ancora intatta, sospirando nostalgica che «soltanto con indosso quella, si era sentita veramente qualcuno» e mostrando orgogliosa alla figlia una manciata dell’oro sottratto agli ebrei, inorridita quest’ultima scappa via, giurandole di non voler rivederla mai più (!) Manterrà in effetti la sua promessa, fino a quando – nell’ottobre del 1998 – la lettera di una certa Frau Freihorst, che le è del tutto sconosciuta, le comunica che sua madre vive ancora.

Cosa vuole dirle Frau Freihorst e che cosa spinge Helga, ormai sessantenne, a ritornare a Vienna per rivedere la vecchia madre, che adesso vive in una casa di riposo?

È questa la materia del libro Lasciami andare, madre (31), da cui è stato tratto il lavoro teatrale dal titolo omonimo (32) , il Musik Drama realizzato da Lina Wertmueller, con la collaborazione dell’autrice e interpretato da Milena Vukotic e Roberto Herlitzka con le musiche di Italo Greco e Lucio Gregoretti, in cui Helga racconta la storia di questo rapporto – non rapporto, di cui vorrebbe tentare tuttavia, e prima che sia davvero troppo tardi (!), di riannodare i fili… ma davvero ci riuscirà? Starà al lettore, sembra dirci quasi la scrittrice, trarne le conclusioni.

Vienna, martedi 6 ottobre1998, in albergo

«Dopo ventisette anni oggi ti rivedo, madre, e mi domando se nel frattempo tu abbia capito quanto male hai fatto ai tuoi figli. Stanotte non ho chiuso occhio. Ora è quasi giorno; ho aperto la serranda. Un fumoso velo di luce si va schiarendo sopra i tetti di Vienna.» (33)

Con questo incipit da sceneggiatura cinematografica, che costituisce la peculiarità dell’intera narrazione, l’autrice dà corso alla sua récherche privata:

«Oggi ti rivedo madre, ma con quali sentimenti? Che cosa può provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler?

Rispetto? Solo per la tua veneranda età – ma per nient’altro. E poi?

Difficile dire: nulla. Dopotutto sei mia madre. Ma impossibile dire: amore. Non posso amarti, madre.» (34)

«Che cosa ci diremo? Che cosa mi dirai? Coglierò in te una traccia di rammarico per quello che non c’è stato fra noi? Avrai per me quella carezza materna che desidero da oltre mezzo secolo? O mi strazierai ancora con la tua indifferenza?» (35)

All’opera letteraria di Helga Schneider, ci si accosta in realtà come ad una sorta di work in progress, dato che i suoi scritti sono in genere pieni di richiami ai libri precedenti. Altre volte anticipano tematiche e motivi, che verranno più compiutamente sviluppati nei romanzi successivi: è il caso de L’usignolo dei Linke (36), una drammatica vicenda umana, stavolta non sua, ma vissuta e narrata ancora una volta con pathos e profonda partecipazione.

La Bandiera Rossa sventola sul tetto del Reichstag di una Berlino in fiamme, il 2 maggio 1945: 
Già ne “Il Rogo di Berlino” (37) il ricordo delle violenze subite da molte donne, anche adolescenti, da parte dei Russi è visto come un triste tributo, quasi un obolo, che la popolazione civile deve pagare in cambio della tanto agognata fine della guerra:

«I sovietici hanno raggiunto il cuore di Berlino» annunciò Opa (38). Lo aveva appena sentito alla BBC. «Siamo agli sgoccioli» aggiunse. Pensammo subito ai russi. Cosa sarebbe successo quando fossero scesi nella nostra cantina? Si parlava molto di stupri, ma in realtà io non sapevo che cosa fossero.

Frau Bittner temeva per Gudrun, ma anche la madre di Erika (39) temeva per la figlia, nonostante ormai fosse un’ombra di ragazza. In fondo nemmeno la matrigna, Frau Koelher e la stessa madre di Erika erano vecchie! Probabilmente si sarebbe salvata solo Frau Mannheim, che aveva più di sessant’anni. (40)

«Aspettavamo i russi con una tensione crescente. Man mano che passavano i giorni l’attesa si tramutò in ansia incontenibile e quasi non si pensava ad altro. I grandi cercavano di controllarsi, di mimetizzare il problema davanti ai più giovani, ma la paura gravava sulla cantina come una coltre densa e soffocante, togliendoci il sonno.» (41)

Ne L’usignolo dei Linke Helga Schneider va oltre, denunciando con fermezza e coraggio una pagina della storia europea, oggi pressocché rimossa – la cacciata di quei Tedeschi, che abitavano le terre della Germania Orientale, in seguito all’invasione sovietica – facendosi portavoce di un dolore, se non propriamente suo, da lei però ampiamente condiviso: quello di Kurt, un piccolo profugo prussiano, che con la madre è stato per qualche tempo ospite della casa sulle rive dell’Attersee, (42) che i suoi nonni paterni abitavano in Austria, dove lei e Peter, insieme al padre ed alla matrigna, erano andati a vivere dopo la fuga da Berlino, ridotta ormai ad un cumulo di macerie.

Siamo nel 1949; dopo un soggorno in un campo profughi nei pressi di Lubecca e una sosta di qualche tempo a Salisburgo, la famiglia paterna di Helga finalmente ha potuto ricomporsi. Per Helga, che ormai ha undici anni, ha così finalmente inizio un periodo di serenità.

Appena misi piede in quella casa mi sentii felice per la prima volta dopo tanto tempo.

Avevo undici anni; i nazisti mi avevano rubato l’infanzia; avevo conosciuto le bombe, la fame, la paura; la seconda moglie di mio padre non mi amava e non faceva niente per nasconderlo; eppure adesso che avevo ritrovato il caldo abbraccio dei nonni, mi sentivo felice. (43)

A quell’epoca pensavo che la mia vita fosse perfetta e volevo che durasse per sempre. Vivevo in un luogo incantevole accanto ai nonni, a mio fratello e a mio padre. Un padre che adoravo, sebbene mi facesse sentire un ostacolo fra lui e sua moglie. (…)

Una sera il nonno ci annunciò che il giorno seguente sarebbe arrivata una sua pronipote: veniva ad accompagnare il figlio, che avrebbe trascorso con noi le vacanze estive. E mentre ce ne parlava la sua faccia era insolitamente grave. (…)

Avremmo dovuto avere molta pazienza con Kurt, aggiunse il nonno, perché il ragazzino, di un anno più grande di me, aveva dei gravi problemi. Era traumatizzato, ci disse il nonno. Io e mio fratello non capivamo molto bene cosa significasse essere traumatizzato, ma promettemmo comunque di essere buoni e pazienti con l’ospite. (44)

Nel volto, negli atteggiamenti e nelle parole di Kurt rivive la tragedia di tutte quelle centinaia di migliaia di profughi, quasi un esodo di portata biblica, che nell’inverno del ‘44/’ 45, per sfuggire all’incalzare dell’Armata Rossa, avevano dovuto abbandonare le terre della Germania Orientale, arrivando fino alle sponde del Mar Baltico, per poi potersi imbarcare alla volta di Amburgo e di altre località della Germania dell’Ovest.

Nella loro avanzata verso occidente, i soldati sovietici avevano attraversato città e villaggi distrutti, avevano visto le forche innalzate dai tedeschi e le fosse comuni di russi uccisi dai tedeschi. Avevano incontrato, in Polonia, i primi campi di sterminio. Avevano visto centinaia di migliaia di compagni cadere in battaglia, spesso così giovani da poter essere considerati ancora dei ragazzi. (…) Per anni era stato inculcato in loro l’odio per tutto quanto fosse tedesco. Ai loro occhi i tedeschi non erano creature umane, ma solo bestie meritevoli di essere abbattute. «I fascisti – scriveva Il’ja Ehrenburg – hanno portato con sé ferocia, atrocità, il culto della violenza e della morte.» (…)

Helga Schneider così riporta, tratteggiandole con imparzialità estrema, entrambe le testimonianze avversarie riguardo a uno dei momenti più drammatici dell’intera storia del Paese…

Quando pochi giorni dopo l’offensiva della II Armata a cavallo sovietica la località di Nemmersdorf fu riconquistata da unità della IV Armata tedesca – ha scritto Günter Grass – si potè aver sentore, vedere contare, fotografare e filmare per i cinegiornali di tutte le sale del Reich quante donne erano state violentate dai soldati russi, quindi ammazzate e inchiodate alle porte dei fienili. I carri armati T4 avevano raggiunto e maciullato i fuggiaschi. Bambini fucilati giacevano nei giardini delle case e nei fossati delle strade. Erano stati fatti fuori persino dei prigionieri di guerra francesi…» E Nemmersdorf era stato solo l’inizio. (45)

In virtù dell’affetto e della compagnia di Helga, il piccolo Kurt, che nella drammatica fuga ha perduto il nonno e Nikolas, il fratellino di pochi mesi, riacquista la fiducia nella vita, nonché una nuova patria… Sua madre Ludwika, che dopo la guerra ha trovato un posto in un ristorante di Amburgo, lo porta con sé, fino a quando – sono trascorsi ormai più di cinquant’anni – Helga non lo ritrova per caso nella città anseatica, dove assieme rievocano i tempi passati e, soprattutto, quella memorabile estate del ‘49 sulle rive dell’Attersee:

Fu la nostra estate, la più bella, una volta che gli ebbe estorto quasi a forza la sua storia – la storia di eventi molto più grandi di lui, che quel bambino di allora nove anni si era visto costretto ad affrontare (46). (…)

…nel primo pomeriggio arrivano il figlio Nikolas, la nuora e i loro due splendidi ragazzi di otto e dodici anni. Una bella famigliola dall’aria affiatata. (…)

Più tardi Nikolas, che somiglia a Kurt in modo impressionante, mi comunica in un tono speciale, che mi fa tendere le orecchie:

«Lo sa che nel giardino dei miei genitori ritorna ogni primavera un usignolo? (…) »

Kurt mi indirizza uno sguardo disarmato e in quel momento ho come un flash. Lo rivedo, nel 1949, mentre mi raccontava della fuga e il suo volto assumeva l’espressione di un adulto. Adesso, invece, impuntandosi sul suo usignolo, come faceva nonno Linke, i suoi occhi lampeggiano della candida testardaggine di un ragazzo.’ (47)

 Helga Schneider vive oggi in Italia, a Bologna.
Tralasciando Guido Knopp, storico e giornalista di origini slesiane, nato nel 1948 ed autore di Tedeschi in fuga (48), vien fatto comunque di ripensare l’intera opera di Helga Schneider soprattutto alla luce dell’importante affermazione che

«Chi non possiede memoria della storia del passato, è inevitabilmente destinato a ripeterla».

 

adolf copertina

Il piccolo Adolf non aveva le ciglia
di Helga Schneider
 
ROMANZO VERITÀ SULLA FOLLIA DEL TERZO REICH
recensione di Grazia Giordani
 
“Il programma di eutanasia costò la vita a più di settantamila persone del Terzo Reich” – scrive in una nota in appendice al suo romanzo “Il piccolo Adolf non aveva le ciglia”, Helga Schneider – e prosegue “Anziché proteggere i più deboli, il governo di Hitler perpetuò il loro sistematico sterminio. Al contrario, la Germania nazista promulgò una severa legge contro la vivisezione e l’uccisione delle specie animali protette”.
Il romanzo-verità della Schneider nasce da un’intervista raccolta dall’autrice in Germania nell’autunno del 1997. Nomi e situazioni, spogliati degli anagrafici connotati, nulla tolgono all’agghiacciante realtà storica. L’uso della prima persona rende ancora più vivo il pathos narrativo, creando un inquietante transfert tra scrittrice e lettori: è come se la Schneider indossasse vesti, illusioni e sofferti pensieri di Grete – della donna sventuratissima – che le ha rivelato le sue confidenze.
La narrazione è chiusa dentro il movimentato flash back che corre tra il 1940 e il 1997: un ping-pong storico e letterario che vivacizza il tessuto del romanzo fatto di rivisitazioni di un doloroso passato, rinverdito dalla memoria.
L’ottuagenaria protagonista racconta la sua esperienza nei lager camuffati da cliniche nella Berlino anni Quaranta, quando da piccolo-borghese – figlia di bottegai -, aveva fatto il grande salto sociale maritandosi con una SS, di nobile estrazione, avvenente, amante dell’arte e della musica di Wagner (”ariano perfetto”), con importanti mansioni riguardanti la questione ebraica. Quando la giovane donna apre gli occhi, e si accorge di aver sposato un mostro che le sottrae il tenero figlioletto, il neonato Adolf, colpevole di essere nato imperfetto, e per questo motivo lo fa sopprimere, si stacca dal marito e dagli ideali hitleriani in cui ella stessa aveva creduto. Il suo destino sarà amaramente segnato poiché proprio l’inflessibile coniuge la farà ricoverare nella costruzione “mascherata da clinica psichiatrica” che alla giovane donna farà comprenderei di trovarsi in un luogo apprestato per l’eliminazione delle “esistenze indegne di vivere, dei pesi morti della nazione”.
“Sappi che approvo pienamente il programma di eutanasia del Reich – le aveva detto il suo inflessibile Gregor – che elimina i pesi morti della nazione e le esistenze… non degne di vivere. Trovo che sia una disposizione estremamente progressista che in futuro sarà imitata da molti altri Paesi”.
La sfortunata Grete passerà attraverso peripezie strazianti, sarà persino costretta ad un omicidio, per legittima difesa. Il suo efferato consorte perirà, con la sua spocchiosa famiglia d’origine sotto un bombardamento. Dopo tante sciagure, nessuno avrebbe sperato in un finale sereno, seppure velato di malinconia, che giunge provvidenziale a stemperare la drammatica tensione che ha reso partecipe il lettore. Figli e nipoti fanno corona intorno all’anziana protagonista e al suo secondo consorte – il fratello di Gregor, da sempre dissenziente nei confronti del nazismo -, eppure il piccolo Adolf non è del tutto dimenticato. No, la vecchia madre non potrà mai rimuovere del tutto il volto di quel suo figlio sfortunato e non potrà smettere del tutto di pensare a “che vita sarebbe stata la sua, se fosse vissuto?”
“L’ultimo bambino vittima del programma di eutanasia nazista – avverte ancora in appendice la Schneider – venne ucciso il 29 maggio del 1945, malgrado le truppe americane stazionassero ormai da trentatré giorni su quel territorio.”
Questo romanzo non è solo un documento sull’orrore della “dolce morte” – come eufemisticamente la chiamavano i nazisti -, ma è anche uno spaccato sociale, non privo di ironia, rivelato con penna asciutta che sa indulgere a note colloquiali, mai urlate, con brevi abbandoni lirici (”Una cappa di nubi solcate di sinistre striature, annuncia un imminente temporale” – leggiamo nell’incipit; “Il sole calante fa scendere sul lago alcune manciate di stelline dorate” – incontriamo più avanti -; “Un’alba impaziente aveva fuso la notte come cera” – è la bella immagine simile a un verso di Ungaretti) che regalano poesia a vicende che riteniamo sia impossibile comprendere quanto necessario conoscere.
 
 

IL MIO NUOVO LIBRO

Copia (2) di autunno 2006 rimini

Il mio nuovo libro esce presto
Aspettatemi

libro nuovo


Teatro

Reggio Emilia - Prosegue la rassegna Retro-scena, dietro le quinte ideata dall’associazione La Corte Ospitale con il sostegno del Comune di Rubiera, con il secondo appuntamento: domani, venerdì 24 aprile 2009 alle ore 21 al Teatro Herberia Helga Schneider, una delle autrici più interessanti della scena editoriale contemporanea, parlerà di scrittura, e di come l’autobiografia, nel suo caso specifico, diventa letteratura.

Nel corso della serata, l’attrice Roberta Biagiarelli leggerà brani scelti dai suoi libri: Il rogo di Berlino e Lasciami andare madre.
E’ con questa iniziativa che La Corte Ospitale, insieme alle due protagoniste della serata, ricorda e celebra l’anniversario della festa della Liberazione italiana.

Retro-scena – dietro le quinte è ciclo di incontri ad ingresso gratuito che si svolgeranno nei mesi di aprile e maggio 2009 al Teatro Herberia all’Ospitale di Rubiera, un’occasione per il pubblico per accedere alla fucina creativa, grazie allo scambio con artisti delle diverse discipline, dalla scrittura al teatro, dalla fotografia al giornalismo.
Saranno scrittori, giornalisti, artisti, autori di vario genere i docenti speciali di questa prima edizione Retro-scena, quattro appuntamenti ad ingresso gratuito aperti a tutti, un’occasione per il pubblico di accedere alla fucina creativa, grazie allo scambio con artisti delle diverse discipline. Un dialogo colloquiale ed immediato che, senza il filtro del palcoscenico, ci farà apprezzare il dietro le quinte della creazione artistica.
L’iniziativa proseguirà il 7 maggio all’Ospitale di Rubiera con Paolo Rumiz che parlerà dell’arte di viaggiare.

Helga Schneider è nata in Polonia alla vigilia dello scoppio della Seconda guerra mondiale e ha vissuto infanzia e giovinezza prima a Berlino e poi in Austria. Dal 1963 vive a Bologna e da molti anni si dedica alla scrittura. E’ autrice di numerosi best sellers.

Roberta Biagiarelli attrice e autrice teatrale, fondatrice della Compagnia Babelia & C. si dedica dal 2002 alla produzione, ricerca ed interpretazione di temi sociali, storici e politici. E’ autrice ed interprete tra gli altri dei monologhi A come Srebrenica, Reportage Chernobyl e Resistenti, leva militare ‘926. Il film La neve di giugno sulla lotta di resistenza partigiana nelle valli del piacentino verrà trasmesso il 23 aprile 2009 su Rai Due.

Per informazioni: La Corte Ospitale – Via Fontana 2, Rubiera Tel. 0522 621133 – Fax 0522 262343 Corte Ospitale. 

Teatro

Reggio Emilia - Retro-scena – dietro le quinte, il ciclo di lezioni magistrali organizzate dalla Corte Ospitale con il sostegno del Comune di Rubiera, prende il via martedì 7 aprile 2009 al Teatro Herberia di Rubiera, alle ore 21 con il primo incontro condotto da due maestri del teatro comico, Bebo Storti e Renato Sarti: si parlerà di teatro, tra il reale e il grottesco in questa serata in cui i due artisti ripercorreranno le tappe del loro sodalizio artistico, raccontando il loro mestiere anche attraverso l’interpretazione di frammenti dei loro spettacoli storici, da Mai morti a La Nave Fantasma, fino ad alcuni accenni al nuovo progetto, Chicago boys.

 

Bebo Storti è attore teatrale e cinematografico, sia comico che drammatico, ha trovato il vero successo in televisione in programmi come Su la testa! e Mai dire Gol. Famosi i personaggi del Conte Uguccione, Alfio Muschio, Thomas Prostata e Adelmo Stecchetti.

Renato Sarti è regista e autore di testi teatrali rappresentati in Italia e all’estero, ha esordito come interprete a Trieste, nel 1971, poi ha recitato a Milano, prima al Piccolo Teatro con Giorgio Strehler, quindi, dal 1979 al 1986, al Teatro dell’Elfo in spettacoli con la regia di Gabriele Salvatores, Elio De Capitani e Ferdinando Bruni.
E’ direttore artistico del Teatro della Cooperativa di Milano. Collabora dal 2001 con Bebo Storti, interprete dei suoi spettacoli di teatro civile. Tra gli altri: Mai morti e La nave fantasma.
Retro-scena, quattro appuntamenti ad ingresso gratuito aperti a tutti è un’occasione per il pubblico di accedere alla fucina creativa, grazie allo scambio con artisti delle diverse discipline. Un dialogo colloquiale ed immediato che, senza il filtro del palcoscenico, ci farà apprezzare il dietro le quinte della creazione artistica.

La rassegna continua il 24 aprile al Teatro Herberia alle 21 con Helga Schneider, autrice tra gli altri de Il rogo di Berlino e di Lasciami andare madre, che parlerà di scrittura, e di come l’autobiografia, nel suo caso specifico, diventa letteratura. Nel corso della serata, l’attrice Roberta Biagiarelli leggerà brani scelti dai suoi libri.
Giovedì 7 maggio Retro-scena si sposta all’Ospitale di Rubiera dove Paolo Rumiz e Monika Bulaj parleranno di viaggi attraverso immagini e parole. Proprio a partire dal 7 maggio (e visitabile fino al 15 maggio) sarà allestita all’Ospitale la mostra di fotografie di Monika Bulaj Il gerundio inverso, una grammatica del viaggiatore leggero in immagini e storie, raccolte tra i monti di Atlante e quelli di Prometeo. L’eccezione come regola è il titolo dell’ultimo appuntamento che chiude il ciclo di lezioni: lunedì 18 maggio 2009 sempre alle 21 all’Ospitale di Rubiera, Paolo Rossi che, grazie ad una sua personalissima scelta di testi, ripercorrerà le tappe salienti della genesi e dell’essenza delle scienze immaginarie, raccolte da Alfred Jarry sotto il nome suggestivo di Patafisica.

Tutti gli incontri sono ad ingresso gratuito; non è necessaria la prenotazione.
A chi parteciperà a tutti e quattro gli appuntamenti verrà rilasciato un attestato di partecipazione, firmato dai relatori e un premio di riconoscimento: due biglietti di ingresso omaggio per lo spettacolo di apertura della stagione 2009-2010 del Teatro Herberia.
Per informazioni: La Corte Ospitale Via Fontana 2, Rubiera – Tel. 0522 621133 – Fax 0522 262343

 

http://www.bologna2000.com/modules.php?name=News&file=article&sid=94042&mode=thread&order=1

IL GIORNO DELLA MEMORIA del 27-01-2006 Ascolta la puntata Ascolta
conduce Roberto Mostarda

Il dovere di ricordare, ma soprattutto il dovere di capire. E’ in questo, senza dubbio, il senso più compiuto di un momento di riflessione e di analisi di quella che è stata, nel secolo passato, una tragedia per l’intera umanità, una rottura della civiltà dell’uomo. L’Olocausto, la Shoah, lo sterminio nei campi di concentramento nazisti devono essere perenne testimonianza dell’abiezione cui l’uomo è potuto arrivare nei confronti del suo simile, in nome di ideologie totalitarie e della sopraffazione dell’essenza stessa dell’umanità. Le parole, come sempre, non sono sufficienti per raccontare, eppure proviamo a farlo con i nostri ospiti. Con Simonetta Della Seta, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv che ha curato il volume "I Giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei 1943-45". Con il regista Mimmo Calopresti che ha realizzato un documentario con i sopravvissuti della Shoah, al microfono di Baba Richerme. Con uno sguardo a quello che accadeva nel mondo tedesco, responsabile dello sterminio, attraverso gli occhi di un’allora bambina nel bunker di Berlino, Helga Schneider. E ancora con il prof. David Meghnagi coordinatore del Master in Didattica della Shoah, promosso all’Università di Roma Tre. La prof. Ester Fintz Menascè, torna a ricordare con noi l’Olocausto nell’isola di Rodi dove si consumava anche la tragedia dei soldati italiani oppostisi ai nazisti. Poi Marcello Pezzetti, docente alla Scuola di studi della Shoah presso lo Yad Vashem, che curerà il percorso storico del Museo della Shoah che sarà realizzato a Roma. Per concludere il prof. Marcello Flores con il quale parleremo di revisionismi, negazionismi e della verità storica.

Radio1 – Baobab di notte

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Festivaletteratura di Mantova ormai concluso e appuntamento fissato per il prossimo anno. Tanti gli ospiti che si sono alternati ai nostri microfoni intervistati da Marino Sinibaldi dalla postazione nella tenda di Piazza della Concordia, dove ci hanno raggiunto anche tanti ascoltatori. Potete riascoltare le interviste, gli interventi, le poesie in diretta, cliccando sui link audio di seguito.

Festivaletteratura.it

I libri del giorno

Mario Cavatore, Il seminatore, Einaudi [08.09.04] Audio

Mark Haddon, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, Einaudi [09.09.04] Audio

Toni Morrison, Amore, Frassinelli [10.09.04] Audio

Le poesie

Miljenko Jergovic [09.09.04] Audio

Giusi Quarenghi, Luisito Bianchi [10.09.04] Audio

Gli altri interventi

"La Mafia è un mostro che si nutre di silenzio". Il dibattito con Gianrico Carofiglio, Carlo Lucarelli e Maria Falcone [10.09.04] Audio

Romano Madera, Stefano Levi Della Torre e Helga Schneider ai microfoni nostri microfonini [09.09.04] Audio

Radio 3 – Fahrenheit

pp.132, Euro10,80
ascolta Ascolta la puntata  

immagine evento

Ancora un tassello di una ricostruzione autobiografica segnata dall’infanzia vissuta dentro la Germania nazista. Helga Schneider, austriaca cresciuta nel Reich hitleriano, è in Italia dal 1963 da dove circa una decina d’anni fa ha cominciato un’opera di rivisatazione del lontano passato. Con Io, piccola ospite del Fuhrer la Schneider racconta, tra autobiografismo e invenzione, l’episodio della visita ad Adolf Hitler di un piccolo gruppo di bambini. Sono gli ultimi mesi del Reich: in una Berlino bombardata, nel bunker della Cancelleria, la piccola Helga e il fratello Peter sono tra gli ospiti del folle leader nazista che nel libro compare tremolante, e lontano modello dell’uomo potente e diabolico che aveva soggiogato l’anima tedesca. Gli innocenti di fronte al Male.

Il sito di Helga Schneider

Bibliografia

Un’ intervista all’autrice

Radio 3 – Fahrenheit

" Dopo ventisette anni oggi ti rivedo, madre, e mi domando se nel frattempo tu abbia capito quanto male hai fatto ai tuoi figli". In una stanza d’albergo di Vienna, alle sei di un piovoso mattino, Helga Schneider ricorda quella madre che nel 1943 ha abbandonato due bambini per seguire la sua vocazione e adempiere quella che considerava la sua missione: essere a tempo pieno una SS e lavorare nei campi di concentramento del Führer……"
Uno dei libri che ho amato di più. Uno dei pochissimi che ho riletto.
Una testimonianza amarissima non solo sul rapporto madre-figlia, ma anche sugli orrori della guerra e le aberrazioni della mente umana. Impossibile non farsi trascinare dalla smania quasi autolesionista della figlia che vuole sapere tutto, ma proprio tutto, sui crimini della madre; impossibile non odiare le tante crudeltà della madre inflitte non solo agli estranei, ma anche alla sua stessa famiglia. Una figlia che vuole vergognarsi di tutto ciò che ha compiuto la madre forse per poterla cancellare dal proprio cuore definitivamente, una madre che concede se stessa e i propri ricordi per la prima volta come un ricatto per farsi amare… la figlia si trasforma in carnefice e l’abbandona, la madre da aguzzina diventa vittima e il tragico è che nel provare compassione per lei ti senti in colpa come la protagonista stessa che non può amare una madre così, ma non riesce neppure ad odiarla. Un doppio vincolo narrato in maniera superba dalla protagonista di una storia a suo modo agghiacciante ……..

Gatti e Misfatti: Libri che non si dimenticano

helga

Helga Schneider

Incontro con la scrittrice Helga Schneider

Copparo. "Fin da adolescente ho avuto una sola certezza: quella di voler diventare una scrittrice. Quel sogno si è concretizzato dopo decenni, nel 1995, quando Adelphi ha pubblicato il mio libro autobiografico "Il rogo di Berlino". Da allora i miei lettori hanno deciso che prima che una scrittrice io dovessi essere una testimone, e ho accettato quell’impegno. In occasione di convegni, conferenze e simposi, ma anche incontrando moltissimi studenti nelle scuole, ho testimoniato del nazismo raccontandolo dal basso, dall’angolazione della bambina che ero: dall’abbandono della madre avvenuto nel 1941 nella capitale del Terzo Reich, fino agli orrori, le privazioni e le sofferenze quotidiane causate dalla guerra di Hitler, contribuendo così a una comprensione più umana di un regime che ha trascinato il mondo in una guerra devastante, e che si è reso colpevole del genocidio di inabili fisici e mentali, zingari, omosessuali, dissidenti, prigionieri, e di oltre 6 milioni di ebrei europei.

Primo Levi ha detto: "La testimonianza storica è un dovere." Anch’io ne sono convinta".

Sono le parole di Helga Schneider, la scrittrice che domani alle 17 incontrerà il pubblico al teatro de Micheli per presentare il suo libro "Stelle di cannella" (ed. Salani, 2002).

David e Fritz sono due amici per la pelle, orgogliosi, tra l’altro, dell’amicizia che lega i loro due gatti. Abitano in un quartiere di Berlino dove tutti cercano di andare d’accordo e di aiutarsi. Ma l’atmosfera cambia quando il partito nazista vince le elezioni: la propaganda antiebraica di Hitler crea inimicizie e sospetti. E David è ebreo… Fritz ripudia l’amico, lo minaccia, insulta i suoi genitori, anche se la madre Jutta, in realtà, è ariana. Lene, figlia del primo marito di Jutta – e quindi non ebrea – difende il patrigno e il fratellastro David, per il quale nutre sincero affetto, ma suo marito, un giovane ricco che svolge una vita brillante, a contatto con gente potente, le proibisce di compromettersi.

La spirale di pregiudizi e persecuzioni raggiunge l’apice quando Fritz uccide il gatto dell’ex amico, "colpevole", a suo dire, di aver "sedotto" la gattina "ariana". Uno spettacolo di teatro per non dimenticare.

http://www.estense.com/?module=displaystory&story_id=47165&format=html


Ho ascoltato la storia di Helga Schneider dal racconto che ne ha fatto lei stessa, una sera, in Tv.

Intervistata in modo molto gentile ed intelligente da Fabio Fazio, la signora Helga parlò della sua vita, del suo dolore, dei suoi giorni tristi.
Ma, più procedeva nel suo racconto, più, dalle sue parole, sgorgava una forza speciale.
La sua era la storia di una vita vissuta durante la guerra, in Germania, a Berlino. Durante la terribile seconda guerra mondiale, ma soprattutto dopo.

Ciò che mi ha colpito di più è stato il dopo.
Il mondo sgombrava le macerie, ricostruiva le città distrutte, si avviava al benessere ed al boom.
La perdita della madre e del padre, l’infanzia e la giovinezza di una coppia di fratellini, vite vissute soffrendo in silenzio, il rifiuto della matrigna. Tutto ciò può ancora essere un fatto comune, vissuto, subìto da tanti altri; dolorose circostanze condivise da migliaia altri bambini, resi orfani della guerra. Dalla follia dell’uomo.

Ma la storia speciale, se posso usare questa parola, è cominciata più tardi, verso gli anni ‘70 (mi sono aiutato con le note biografiche presenti sul sito di Helga).
Al posto della gioia per il ritrovamento inaspettato di almeno una parte degli affetti, quando ormai doveva essere rassegnata ad ever perduto tutto, ha dovuto confrontarsi con il fantasma della guerra, del nazismo, dei campi di concentramento in modo del tutto singolare. E doloroso. Come per nessun altro, credo.
Il confronto con la Storia, quella con la maiuscola, Helga l’ha avuto tramite la madre e la scelta di quella donna, ancora giovanissima al tempo del Reich, di essere coerente con la fede nazista fino in fondo…
Il confronto con la Storia diventa un confronto impossibile con la madre.
Ritrovata e perduta nuovamente nello stesso momento…

Io non so e non voglio raccontare quello che successe ad Helga.
Lei lo ha descritto benissimo in alcuni libri e, a voce, ce lo ha ricordato attraverso la TV.




Oggi ho inviato una mail alla signora Schneider, per manifestarle per così dire la mia simpatia ed il fatto di sentirla vicina, in un modo particolare.
E lei mi ha risposto.
Spero di avere il piacere di averla come concittadina della repubblicaindipendente.
Ne sarei orgoglioso.
Naturalmente la ringrazio già per la gentilezza che ha avuto nel darmi una risposta.

Trovo quanto è successo oggi sia stato un modo vero per dedicare questa giornata alla Memoria.

repubblica indipendente: MEMORIA. HELGA SCHNEIDER

corte-ospitale
Associazione “La Corte Ospitale”
produzione, promozione e documentazione di
iniziative teatrali e multidisciplinari
comunica:
STELLE DI CANNELLA
Spettacolo per il teatro ragazzi – Per non dimenticare
Drammaturgia di Helga Schneider
Tratto dal libro omonimo “Stelle di cannella”
Edito da Salani Editore

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Debutto martedì 27 gennaio 2009 ore 10 00 al

Teatro Herberia 2008 - 2009

di RUBIERA (RE)

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Fiori in sinagoga

Lo sterminio del popolo ebraico, dei popoli rom e sinto, nacque dal concetto nazista di razzismo biologico, dall’idea che un’etnìa potesse in qualche modo essere inferiore a un’altra. La Shoah è lì, nel numero delle vittime, nelle testimonianze dei sopravvissuti, per aiutare a non dimenticare e a non ripetere. Perchè l’intolleranza per ciò che è altro da noi, dice il sindaco Delrio, è sempre presente: "Adesso il razzismo forse è ancora più pericoloso – ha continuato il primo cittadino di Reggio -, è culturale. Invece una vera città si riconosce dallo spirito di accoglienza".
Una corona è stata deposta a fianco dell’entrata della Sinagoga, a ricordo degli ebrei deportati. Le istituzioni reggiane e la presidente della Comunità ebraica di Modena e Reggio, Sandra Eckert, hanno ascoltato la testimonianza del cavriaghese Domenico Boni Baldoni, nipote di don Enzo Boni Baldoni: il nome del parroco nel 2001, a quasi trent’anni dalla morte, è stato scolpito sulla stele d’onore del Giardino dei giusti, a Gerusalemme. Gli è stato attribuito il titolo di ‘Giusto fra le Nazioni’. Parroco a Quara, diede ospitalità, in canonica, alla famiglia Modena, ebrei sfollati da Milano con i primi bombardamenti del ‘40. A breve nella nostra città una via sarà intitolata a don Boni Baldoni.
Tanti altri appuntamenti in città e provincia celebreranno il Giorno della memoria: lunedì sera il liceo Aldo Moro di via XX settembre ospiterà la rappresentazione de ‘Il bambino di Noè’, ispirata alla storia di padre Pons, che salvò 217 bimbi ebrei. Martedì alle 20 una Fiaccolata per la pace si snoderà attraverso le vie di Quattro Castella e dalle 21 a Correggio, a Palazzo dei Principi, conversazione sul tema ‘Il nazismo e lo sterminio dei diversi’. Sempre il 27, a Scandiano, lo spettacolo ‘La banalità del male’, tratto dall’omonimo libro di Hannah Arendt. ‘Per le recenti disposizioni sulla razza – Storia di Ferruccio Pardo e di altri reggiani ebrei’ il titolo del volume che sarà presentato alle 11 all’istituto Matilde di Canossa di via Makallè, su iniziativa di Istoreco. Sempre martedì mattina Moni Ovadia incontrerà gli studenti all’Istituto Alcide Cervi di Gattatico; alle 10, al teatro Herberia di Rubiera, lo spettacolo ‘Stelle di cannella’, di Helga Schneider.

http://www.telereggio.it/news.php?id=14983

 

La scrittrice polacca Schneider testimone diretta in un doppio appuntamento martedì 3 febbraio

Il palco del ”De Micheli” per ricordare l’Olocausto

Copparo. Non solo Ferrara. Le “Giornate della Memoria” verranno debitamente ricordate con iniziative di rilievo anche oltre i confini comunali. E’ il caso ad esempio dei tre appuntamenti per non dimenticare proposti dal Comune di Copparo. Il palcoscenico del teatro “De Micheli” sarà il fulcro nelle giornate di domani, martedì 27 gennaio e 3 febbraio di testimonianze preziose dell’olocausto, e verrà chiamata in causa avendolo vissuto in prima persona anche la scrittrice polacca Helga Schneider.

Musica e parole, tutte ad ingresso libero, caratterizzeranno il ricordo della Shoah nel centro dell’Alto ferrarese. Martedì 27 a partire dalle 17 si intrecceranno le note della Filarmonica di Tresigallo con la Piccola Compagnia dell’Airone e il Volontariato ragazzi del Circi. Nello spettacolo dal nome “Porrajmos”. Il termine Porajmos o Porrajmos (in Lingua romaní «devastazione», «grande divoramento»), oppure il termine Samudaripen («genocidio») indicano il tentativo del regime nazista di sterminare la popolazioni romaní durante la Seconda guerra mondiale. Al pari della più nota Shoah (il tentativo del regime nazista di sterminare gli ebrei), il Porrajmos fu deciso sulla base delle teorie razziste che caratterizzavano il nazismo. e il fascismo.

Doppio appuntamento per il martedì successivo, dove sarà ospite d’eccezione come anticipato la scrittrice Schneider. Alle 17 “Tra testimonianza e letteratura”, coordinato da Patrizia Lucchini, ed alle 21 “Stelle di Cannella”, allestimento della stessa Schneider prodotto da “La Corte Ospitale”.

Helga Schneider nasce nel 1937 in Slesia (territorio che dopo la II Guerra Mondiale sarà assegnato alla Polonia). Nel 1941 Helga e suo fratello Peter, rispettivamente 4 anni e 19 mesi, con il padre già al fronte, vengono abbandonati a Berlino dalla madre che decide di farsi arruolare come ausiliaria nelle SS. Helga e Peter vengono accolti nella lussuosa villa della sorella del padre, zia Margarete (dopo la guerra morirà per suicidio),in attesa che la nonna paterna arrivi dalla Polonia per occuparsi dei nipoti. La donna accudisce i bambini per circa un anno nell’appartamento situato a Berlin-Niederschönhausen (Pankow), dove i piccoli avevano vissuto in precedenza con i genitori. Durante una licenza dal fronte, il padre conosce una giovane berlinese, Ursula, e nel 1942 decide di sposarla. Ma la matrigna accetta solo il piccolo Peter e fa internare Helga prima in un istituto di correzione per bambini difficili, e poi in un collegio per ragazzi indesiderati dalle famiglie, o provenienti da nuclei familiari falliti. Dal collegio, che si trova a Oranienburg-Eden, presso Berlino, nell’autunno del 1944 la zia aquisita Hilde (sorella della matrigna), riconduce Helga in una Berlino ormai ridotta a un cumulo di rovine e macerie. Dagli ultimi mesi del 1944 fino alla fine della guerra, Helga e la sua famiglia sono costretti a vivere in una cantina a causa dei continui bombardamenti effettuati dagli inglesi e dagli americani, patendo il freddo e la fame. Nel dicembre del 1944 Helga e suo fratello Peter, grazie alla zia Hilde che lavora nell’ufficio di Propaganda del ministro Joseph Goebbels, vengono scelti, insieme a molti altri bambini berlinesi, per essere "i piccoli ospiti del Führer", null’altro che un’operazione propagandistica escogitata da Goebbels, che li porterà nel famoso bunker del Führer dove incontreranno Adolf Hitler in persona, descritto dalla scrittrice come un uomo vecchio, dal passo strascicato, con la faccia piena di rughe e la stretta di mano molle e sudaticcia. Nel 1948 Helga e famiglia rimpatriano in Austria stabilendosi in un primo momento ad Attersee, accolti dai nonni paterni. Dal 1963 Helga vive in Italia dove ha pubblicato molti libri. Nel suo libro "Lasciami andare madre" narra il suo secondo incontro con la madre, ex guardiana nei campi di sterminio, Ravensbrück e Auschwitz-Birkenau (il primo incontro avvenne nel 1971 a Vienna, 30 anni dopo l’abbandono della madre), ma la visita si rivela ancora una volta negativa e traumatica a causa della fede irriducibile della madre nell’ideologia nazista.

http://www.estense.com/?module=displaystory&story_id=46991&format=html

"Ci sarà sempre il cielo": questo il titolo dell’atto unico cui daranno vita i ragazzi del Liceo Scientifico "Alfano" di Termoli per celebrare la Giornata della memoria. La prima dello spettacolo teatrale avrà luogo lunedì 26 gennaio alle ore 21.00 sul palcoscenico del Teatro Lumiere.

I ragazzi del Liceo, che dal mese di ottobre hanno partecipato ad un laboratorio teatrale, si sono misurati con testi di Etty Hillesum, Helga Schneider, A. Wieviorka e Giovannino Guareschi.

I proff. Nicola Sorella, Lucio Cassone e Nella Di Giacobbe hanno curato il libero adattamento teatrale di questo atto unico, in cui si confrontano i vari accenti della comune umanità di fronte all’enigma del male assoluto della storia, vivo nel ricordo e sempre presente come possibilità, al pari del bene, nel dramma della libertà di ogni uomo.

Hanno collaborato: per la regia, Nicola Sorella, Alessandra Benaduce e Nella Di Giacobbe; per la musica e i video: Michele D’Ambra e Tiziano Albanese; per il teatro danza e la scenografia e i costumi: Nella Di Giacobbe e Alessandra Benaduce; per la comunicazione: Lucio Cassone e Isabella De Vero; hanno coordinato le attività dei vari laboratori: Anna Paola Greco e Isabella De Vero.

Oltre a circa 50 ragazzi del biennio e del triennio, impegnati nell’allestimento della scenografia e dei costumi, nel teatro-danza, nella recitazione, nella comunicazione, nel laboratorio musicale e multimediale.
"Si tratta di un vero e proprio esperimento di produzione teatrale dalla A alla Z" – precisa il prof. Lucio Cassone, responsabile del progetto – "ma tutta fatta in … scuola. Da 10 anni proponiamo alla città eventi culturali di grande impatto comunicativo: il progetto Numeri (2006), il progetto Centocanti (2007), il progetto Canto per il silenzio sul genocidio degli Armeni (2008) sono soltanto alcune tra le significative esperienze di scuola che sono diventate proposta culturale viva e ipotesi di lavoro e ricerca per docenti e studenti, fino ad offrirsi come percorso di consapevolezza e di socialità nuova per la nostra città".
L’immedesimazione teatrale diviene così metodo di lavoro storico e allo stesso tempo efficace strategia educativa, per restituire alla memoria quel tanto di vita che le spetta e riscattarla così dalla retorica spesso sterile di certe moderne celebrazioni".

Attori e personaggi insieme, vi aspettano lunedì 26 alle ore 21.00 al Teatro Lumiere. Nessuno spettatore, tutti protagonisti.

Lo spettacolo sarà replicato (primo spettacolo: 8.30-10.00; secondo spettacolo 10.30-12.00) il giorno dopo, 27 gennaio, per gli alunni del Liceo.

Giornata della Memoria. I ragazzi del Liceo Scientifico "Alfano" di Termoli presentano:"Ci sarà sempre il cielo" " Prima Pagina Molise

TeatroReggio Emilia - Debutta il 27 gennaio 2009 alle ore 10 al Teatro Herberia di Rubiera, in replica fino al 29 gennaio, il nuovo spettacolo prodotto da La Corte Ospitale, Stelle di Cannella di Helga Schneider, dall’omonimo libro di Helga Schneider pubblicato nel 2002 dalla casa editrice Salani. Sarà presente alle repliche di Rubiera l’autrice Helga Schneider, che incontrerà il pubblico delle scuole dopo lo spettacolo.

Lo spettacolo, con Roberta Biagiarelli, Alberto Guzzi e Max Jurcev, scene e costumi di Manuela Gasperoni, ideazione scenica di Roberta Biagiarelli, musiche composte ed eseguite dal vivo da Max Jurcev e Alberto Guzzi, racconta la storia di due ragazzi, David e Fritz, due amici per la pelle, orgogliosi, tra l’altro, dell’amicizia che lega i loro due gatti.

Berlino 1932. Nella bottega di una pasticcera si inizia a narrare una storia dolce e terribile allo stesso tempo, la storia dell’indissolubile amicizia tra David Korsakov e Fritz Rauch violentemente fatta a pezzi dall’indottrinamento e dalla manipolazione provocata dall’ascesa al potere del nazismo. Il filo conduttore è dato da una narratrice-pasticcera che fonda in sé gli ingredienti che compongono il racconto. In scena, al suo fianco, due musicisti-attori appartenenti al gruppo klezmer Maxmaber Orkestar, che evocano i due protagonisti e gli altri personaggi che popolano il racconto.

“Quando La Corte Ospitale mi ha offerto di lavorare alla messa in scena del libro di Helga Schneider Stelle di Cannella – dice Roberta Biagiarelli – è stato per me un piacere tornare a riallacciare un filo legato al mio passato lavorativo con il teatro ragazzi e anche a rinnovare il mio percorso di lavoro sulla memoria e sul teatro civile. La sensazione è che nonostante ciò che è già stato scritto, detto e rielaborato sull’antisemitismo e sull’Olocausto, sono convinta che il teatro possa ancora aggiungere piccoli tasselli per mantenere viva la memoria e per non sottrarsi, grandi e piccoli, agli orrori di ieri come a quelli di oggi”.

Lo spettacolo è in replica il 3 e 4 febbraio 2009 al Teatro de Micheli di Copparo.

Per informazioni: La Corte Ospitale Via Fontana 2 – Rubiera – Tel. 0522 621133 – Fax 0522 262343 – Corte Ospitale. Continua a leggere

Willi aveva le guance viola. Faceva molto freddo: sembrava ancora inverno. Si calò il berretto sulle orecchie e avanzò contro il vento che gli tagliava le guance. Aveva quasi finito. Era rimasto un volantino solo.
Autore: Helga Scheider
Titolo: L’albero di Goethe
Editore: Salani
Pagine: 155
Anno di pubblicazione: 2004

Dal retro di copertina: Situato nel dintorni di Weimar, il campo di concentramento di Buchenwald venne costruito nel 1937. Vi morirono circa 50.000 persone. Weimar è una città famosa per la sua vita culturale. Qui vissero Bach, Goethe, Schiller, Liszt. Goethe amava passeggiare nei dintorni, in particolare sedersi e scrivere all’ombra di un faggio sulle pensici dell’Ettersberg: fu nei pressi di quel luogo che i nazisti costruirono il campo di concentramento.

Willi è un quattordicenne tedesco di Monaco di Baviera. Nel 1944 ha quattordici anni, e aiuta il fratello a distribuire volantini. Non sa che si tratta di propaganda antinazista, né che verrà arrestato dalla polizia e spedito al campo di concentramento di Buchenwald come prigioniero politico. Lì si prendono cura di lui un gruppo di adolescenti più o meno della sua età, che si aiutano l’un l’altro a sopravvivere. La loro sopravvivenza dipende dall’abnegazione di un compagno che scambia il proprio corpo con cibo, bevande e piccoli favori. Ma ora quel sacrificio viene chiesto proprio a Willi, e per lui si prepara la prova più difficile…

Non si tratta certo di un libro facile: le molestie subite da bambini e ragazzi nei campi di concentramento nazisiti sono un tema difficile e per certi versi azzardato. Apprezzo il coraggio dell’autrice, Helga Schneider, nel trattarlo e nell’imdirizzare i libro proprio a lettori giovani, bambini e ragazzi che non hanno esperienza della guerra, per insegnare loro a non dimenticare.

Spero di leggere presto un altro libro della stessa autrice, Stelle di cannella.

Visita il sito di Helga Schenider

Leggi il primo capitolo di L’albero di Goethe.

Una pioggia di libri: L’albero di Goethe di Helga Schneider

stellecannella 

Un libro adatto ai più giovani, “Stelle di cannella”. Abbordabile e semplice. La scrittura di Helga Schneider può avvicinarsi con disarmante candore ai bambini e ai ragazzi perché diretta, lineare e limpida anche se a tanta comprensibilità di lettura si affianca l’amarezza e, a tratti, la crudeltà di quanto narrato. Perché anche in “Stelle di cannella” l’argomento principale è il nazismo, l’odio cieco che ha generato, le violenze e le persecuzioni contro gli ebrei.
Al centro della storia due bambini tedeschi di nove anni. Uno è David, figlio del giornalista ebreo Jacov Korsakov e di Jutta, donna di religione cristiana e già madre di una ragazza, Lene. L’altro bambino si chiama Fritz ed è figlio del poliziotto Oskar Rauch. I due bambini sono amici per la pelle, frequentano la stessa classe, sono compagni di banco, vivono a pochi metri l’uno dall’altro e condividono ogni genere di gioco e di esperienza. Entrambi possiedono un gatto. David ha il suo Koks, un gatto nero dagli occhi color ambra, Fritz, invece, ha una gatta che si chiama Muschi, è bianca, bellissima e possiede enormi occhi azzurri. Oltre alle case dei Korsakov e dei Rauch, lungo la stessa strada della cittadina tedesca di Wilmersdorf, c’è anche la villa del ricco architetto Winterloh il cui figlio, Berty, è fidanzato con Lene, la sorellastra di David.
Siamo nel dicembre del 1932 e l’atmosfera amichevole e cordiale che esiste tra le tre famiglie sembra destinata a non dover mutare per nulla al mondo. Eppure, nell’arco di pochi mesi, con l’avvento del regime nazista e delle leggi contro gli ebrei, tutto cambia in maniera irreversibile e drammatica. L’antisemitismo, dapprima solo latente, diventa, in poco tempo, brutalmente palese. I Korsakov sono una famiglia ebrea e, seppur con un’iniziale perplessità, sono costretti a fare i conti con le discriminazioni sempre più diffuse e violente. Il primo a farne le spese è proprio David. Il suo amico Fritz, entrato a far parte della Jungvolk, diventa il suo più accanito persecutore. David non può frequentare i luoghi per studenti dove fino a pochi mesi prima poteva accedere. Fritz ha fatto sue le idee antisemite e non si esime dal mostrare tutto il suo disprezzo all’ex amico David, alla sua famiglia e persino al gatto Koks che odia visceralmente perché considerato giudeo quanto i suoi proprietari e, proprio per questo, degno dello stesso crudele trattamento. Anche i Winterloh mostrano il loro distacco dai Korsakov tanto che Berty, ormai marito di Lene, chiede ed ottiene che David non vada più alla villa a trovarli. La stessa Lene, pur di non avere grattacapi, decide di affiggere davanti al suo negozio di moda un cartello col quale viene intimato agli ebrei di non entrare.
In un solo anno la vita di queste tre famiglie viene completamente stravolta dall’odio e dall’indifferenza. Non ci sono eroi in questa storia. Anche Lene, alla fine, per la pacifica convivenza e per la paura di prendere posizione, si adegua alle regole volute da Hitler e, in un certo senso, rinnega il suo patrigno, David e, con loro, anche sua madre.
Ciò che sconcerta è il capire quanto siano state grandi le dimensioni di un odio privo di ogni fondamento. Altrettanto avvilente è la descrizione della noncuranza di chi decide di non fare nulla, di accettare tanti abusi in silenzio, per quieto vivere o per puro egoismo. Anche in “Stelle di cannella”, dunque, la Schneider denuncia, in maniera forse più pacata e recondita rispetto ad altri suoi libri, l’atteggiamento acritico che tanti tedeschi hanno avuto nei confronti del nazismo.

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front_aa_fullsize Nasce nel 1937 in Slesia (territorio che dopo la II Guerra Mondiale sarà assegnato alla Polonia). Nel 1941 Helga e suo fratello Peter, rispettivamente 4 anni e 19 mesi, con il padre già al fronte, vengono abbandonati a Berlino dalla madre che decide di farsi arruolare come ausiliaria nelle SS. Helga e Peter vengono accolti nella lussuosa villa della sorella del padre, zia Margarete (dopo la guerra morirà per suicidio),in attesa che la nonna paterna arrivi dalla Polonia per occuparsi dei nipoti. La donna accudisce i bambini per circa un anno nell’appartamento situato a Berlin-Niederschönhausen (Pankow), dove i piccoli avevano vissuto in precedenza con i genitori. Durante una licenza dal fronte, il padre conosce una giovane berlinese, Ursula, e nel 1942 decide di sposarla. Ma la matrigna accetta solo il piccolo Peter e fa internare Helga prima in un istituto di correzione per bambini difficili, e poi in un collegio per ragazzi indesiderati dalle famiglie, o provenienti da nuclei familiari falliti. Dal collegio, che si trova a Oranienburg-Eden, presso Berlino, nell’autunno del 1944 la zia aquisita Hilde (sorella della matrigna), riconduce Helga in una Berlino ormai ridotta a un cumulo di rovine e macerie. Dagli ultimi mesi del 1944 fino alla fine della guerra, Helga e la sua famiglia sono costretti a vivere in una cantina a causa dei continui bombardamenti effettuati dagli inglesi e dagli americani, patendo il freddo e la fame. Nel dicembre del 1944 Helga e suo fratello Peter, grazie alla zia Hilde che lavora nell’ufficio di Propaganda del ministro Joseph Goebbels, vengono scelti, insieme a molti altri bambini berlinesi, per essere “i piccoli ospiti del Führer”, null’altro che un’operazione propagandistica escogitata da Goebbels, che li porterà nel famoso bunker del Führer dove incontreranno Adolf Hitler in persona, descritto dalla scrittrice come un uomo vecchio, dal passo strascicato, con la faccia piena di rughe e la stretta di mano molle e sudaticcia. Nel 1948 Helga e famiglia rimpatriano in Austria stabilendosi in un primo momento ad Attersee, accolti dai nonni paterni. Dal 1963 Helga vive in Italia dove ha pubblicato molti libri. Nel suo libro “Lasciami andare madre” narra il suo secondo incontro con la madre, ex guardiana nei campi di sterminio, Ravensbrück e Auschwitz-Birkenau (il primo incontro avvenne nel 1971 a Vienna, 30 anni dopo l’abbandono della madre), ma la visita si rivela ancora una volta negativa e traumatica a causa della fede irriducibile della madre nell’ideologia nazista.

Bibliografia

  • Il rogo di Berlino (Adelphi, Milano, 1995)
  • Lasciami andare, madre (Adelphi, Milano, 2001)
  • L’usignolo dei Linke (Adelphi, Milano, 2004)
  • Porta di Brandeburgo (Rizzoli. Milano, 1997)
  • Il piccolo Adolf non aveva le ciglia (Rizzoli, Milano 1998)
  • Stelle di cannella (Salani, Milano, 2002)
  • L’albero di Goethe (Salani, Milano, 2004)
  • Heike riprende a respirare (Salani, Milano, 2008)
  • Io, piccola ospite del Führer (Einaudi, Milano, 2006)
  • Il piccolo Adolf non aveva le ciglia (Einaudi, Milano, 2007)

Riconoscimenti

Nel 2000 con il libro Il piccolo Adolf non aveva le ciglia ha vinto la XIV° edizione del Premio Letterario Chianti[1].

Note

  1. ^ Albo d’oro nel sito ufficiale del Premio.

Collegamenti esterni

Helga Schneider – Wikipedia

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ROMA (18 dicembre) – Sono le fate sapienti del 2009. Si chiamano Ingrid Betancourt, Chiara Gamberale, Federica De Paolis, Franca Valeri, Anilda Hibrahimi, Francesca Sanvitale, Christiana Ruggeri, Alda Merini, Ippolita Avalli, Helga Schneider, Silvia Cossu, Giosetta Fioroni. I volti, le figure -guida di un calendario letterario che ha conquistato negli anni un pubblico sempre più vasto ed è ormai diventato un vero e proprio oggetto di culto. Scandiscono i mesi e i giorni de “Le fate sapienti”, ideato e curato da Francesca Pansa con fotografie di Muriel Oasi, proposto per la settima volta come strenna natalizia dall’Associazione Librai Italiani, e dal suo presidente Paolo Pisanti, e sponsorizzato da Ax-Amicucciformazione e da Novidra.

Ma scrittrici, intellettuali, artiste non sono soltanto immagini. Secondo una felice formula, alternativa creativa ai tanti calendari patinati che escono all’insegna della esibizione sessuale del corpo femminile, “Le fate sapienti” si presentano anche come una piccola e significativa antologia di testi. Cosi Ingrid Betancourt, che apre il calendario, in una delle sue lettere “dall’inferno” della giungla, rievoca i momenti di tenerezza con i suoi figli lontani. Un altro rapporto intenso e vitalissimo è quello con Goffredo Parise di Giosetta Fioroni che lo ricorda con immagini nitide e struggenti. Franca Valeri racconta il suo rapporto con quei piccoli “esseri pensanti” che sono i cani. Le spine dell’eros sono nelle pagine di Chiara Gamberale e Silvia Cossu. Le ferite della nostra storia novecentesca e gli abissi del male traspaiono nelle parole di Christiana Ruggeri e Helga Schneider. E di amore e delle sue molte manifestazioni parlano anche, con i loro piccoli racconti, Federica De Paolis, Anilda Hibrahimi, Francesca Sanvitale, Alda Merini, Ippolita Avalli.Dice la curatrice Francesca Pansa: «Non bisogna solo sfogliarlo, ma si può anche leggerlo il calendario. Quest’anno ho voluto in modo particolare scegliere scrittrici giovani o esordienti, come Ruggeri, De Paolis, Gamberale, Cossu, Ibraihimi per stabilire un ideale punto di passaggio e di confronto con l’esperienza letteraria più consolidata e riconosciuta di Francesca Sanvitale o di Alda Merini o di Ippolita Avalli».

L’edizione 2009 de “Le fate sapienti” è dedicata a Malalai Kakar, primo ufficiale donna nella polizia afghana, direttrice del dipartimento per la lotta ai crimini contro le donne, assassinata dai telebani a Kandahar lo scorso 28 settembre.
“Le fate sapienti” saranno presentate venerdì 19 presso la Libreria Croce a Roma da Barbara Alberti, Annabella D’Avino, Massimo Di Forti, Maria Serena Palieri, Andrea Velardie con le autrici Franca Valeri, Giosetta Fioroni, Anilda Ibrahimi, Christiana Ruggeri,Francesca Sanvitale, Federica De Paolis, Silvia Cossu e Ippolita Avalli.

Dalla Betancourt ad Alda Merini il calendario delle “fate sapienti” – Il Messaggero

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E’ il primo libro che leggo di questa autrice, “incontrata” in televisione, da Fabio Fazio.

Lì raccontò della sua infanzia difficile, segnata dall’abbandono della madre, che se ne era andata per servire il Fuhrer. “Heike riprende a respirare” racconta la storia di una bambina che non è lei, ma che come lei è segnata dal nazismo e dagli strascichi della seconda guerra mondiale. Heike vive a Berlino, nello scantinato della sua casa, crollata per le bombe. Il padre non è ancora rientrato dal fronte e la madre, probabilmente picchiata o violentata dai russi, si toglie la vita. Il ritorno del genitore lenirà solo in parte il suo dolore.

da:

www.lettidarifare.com/2008/11/17/heike-riprende-a-respirare-di-helga-schneider

comune

Comune di Milano e Librerie Feltrinelli insieme per le scuole

Come si scrive un libro? Da dove vengono le idee per la trama, per i dialoghi, per la costruzione dei personaggi? Come si fa a rendere una storia appassionante e divertente? Saper scrivere è un dono innato o è un’arte che si può apprendere e affinare con l’esperienza? Leggere insegna a scrivere? E cosa altro?
Chi meglio di uno scrittore può rispondere a queste domande?
Nasce da un’iniziativa di Librerie Feltrinelli il progetto UN AUTORE A SETTIMANA, in collaborazione con il Comune di Milano.

Ogni settimana, il martedì mattina alle 10.00, la Feltrinelli di Piazza Piemonte organizza un incontro con uno scrittore per ragazzi che presenta la sua opera e interagisce con i partecipanti, dando l’occasione ad alunni e insegnanti di confrontarsi sia con la lettura che con la scrittura di un libro.
Gli incontri, iniziati il 21 ottobre, sono sospesi nei mesi di dicembre e gennaio per riprendere martedì 3 febbraio. Si concludono martedì 28 aprile.

L’iniziativa si rivolge alle classi della Scuola Secondaria di Primo Grado. Ogni incontro prevede la presenza di due classi, che dovranno prenotarsi per aver la possibilità di partecipare alla singola iniziativa.

Heike riprende a respirare

Mar. 4 nov. Heike riprende a respirare Helga Schneider (Salani) 3 media – 4 classi
Berlino, 1945. Heike, dieci anni, vive con la madre nello scantinato della loro casa distrutta dalle bombe. Il padre è disperso, ma Heike sa che tornerà: non smette di parlarne al suo più grande amico e confidente, il grande melo che cresce nel giardino. Attorno, rovine: rovine di edifici, e rovine nelle menti e nei cuori delle persone. Tante però sembrano voler tener viva la speranza nel futuro… Dopo Stelle di cannella e L’albero di Goethe, Helga Schneider riapre per il pubblico dei ragazzi le pagine del suo personale passato per raccontarlo, commuovere e far pensare: e stavolta lo fa ritornando al tema del suo primo libro, II rogo di Berlino, e alla dimensione collettiva della tragedia di cui è stata testimone. Una storia delicata, in punta di piedi di bambina, per raccontare una verità cattiva: nessuno sopravvive alla guerra, neppure i vivi.

Comune di Milano e Librerie Feltrinelli insieme per le scuole

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